La pesca illegale
Claudia Petrucci
E’ ormai consolidato il dato che attesta il progressivo svuotamento degli oceani di quelle risorse ittiche considerate da tutti, fino ai recenti disastri ambientali, come inesauribili; le più recenti stime a riguardo confermano che le attuali raccolte di pesce superano, sette volte su dieci, il livello considerato sostenibile, imponendo una più rigorosa attenzione da parte degli operatori
internazionali. Uno dei principali ostacoli alla conservazione di dette risorse risiede certamente nel comportamento di quegli Stati o quelle navi da pesca che operano al di fuori o in totale noncuranza delle regole poste a tutela dell’ambiente; una pratica ormai conosciuta come pesca illegale, non denunciata e non regolamentata.
Questa condotta si sostanzia in tutte quelle attività di pesca che possano essere considerate illegittime: la mancanza dei permessi necessari, la caccia di specie protette, la pesca oltre i limiti imposti dagli Stati o dalla normativa internazionale, la pesca effettuata con strumenti dichiarati illegali. Fino al 2008 l’unico documento nel quale veniva offerta una descrizione puntuale e una definizione del fenomeno era l’International Plan of Action – IPOA – emanato dalla FAO in applicazione delle norme del Codice di Condotta. Benché, infatti, si sia sempre evidenziata la necessità di approntare delle rapide soluzioni al problema in esame, la FAO, in collaborazione con i singoli Stati, ha rappresentato fino a tempi recentissimi una delle poche Organizzazioni Internazionali ad aver regolamentato il sistema delle attività finalizzate allo sradicamento della pesca illegale, attraverso documenti che hanno permesso la creazione di una griglia normativa pressoché uniforme tra gli operatori.
Il codice di Condotta
Il Codice di Condotta per la pesca responsabile fu adottato dalla FAO nel 1995 e fu pensato come un documento volontario e non vincolante, quindi caratterizzato da regole di condotta, principi politici, criteri economici e tecnici di natura meramente indicativa per i soggetti che ne avessero preso parte. La ragione che sottese ad una scelta di tal genere si può rinvenire nella volontà di creare un documento che contemperasse le esigenze, certamente divergenti, di tutti coloro che avrebbero potuto diventarne destinatari; da una parte gli Stati in via di sviluppo, dall’altra gli Stati industrializzati. Trattandosi peraltro di un documento con prospettive globali, esso non si rivolge esclusivamente agli Stati ma a tutti i soggetti in grado di garantire un’effettiva tutela delle risorse ittiche in pericolo; quindi ad enti ed organizzazioni, governative e non, internazionali, regionali e sub-regionali, ad individui e a gruppi di persone operanti a più livelli nel settore ittico.
Stante la diversità dei soggetti e degli interessi coinvolti e l’estrema flessibilità del documento, imposta dalla necessità di coinvolgere più destinatari possibile, l’emanazione del Codice di Condotta ha prodotto sul piano fattuale risultati scarsamente apprezzabili, costringendo la FAO e gli Stati a rivisitare la normativa internazionale in materia di pesca illegale. Nel 2001, infatti, la stessa Organizzazione ha emanato il primo Piano Internazionale di Azione in materia di pesca illegale, non denunciata e non regolamentata - International Plan of Action, Illegal Unreported and Unregulated Fishing ( IPOA-IUU ) - al preciso scopo di rendere più efficaci le linee guida fissate nel precedente Codice di Condotta Ciò che si chiede agli Stati è l’emanazione di un Piano Nazionale di Azione – National Plan of Action ( NPOA ) – che renda efficaci a livello statale le norme emanate a livello internazionale, che permetta un intervento concreto sulle acque soggette alla giurisdizione degli Stati portuali e costieri, che attribuisca allo Stato nazionale poteri di controllo sugli operatori economici attraverso leggi in grado di sanzionare gli eventuali trasgressori.
Gli interventi dell’Unione Europea
Nel 2008 l’Unione Europea, nonostante l’avvenuta adozione di un piano d’azione, ha deciso di fronteggiare ancor più decisamente il problema della pesca illegale, anche al fine di tutelare il commercio ittico all’interno dello spazio comune, nell’ottica di preservare gli operatori rispettosi delle norme internazionali in materia.
Ha quindi emanato il regolamento CE 1005/2008 che stabilisce espressamente un regime comunitario volto a prevenire, scoraggiare e sradicare il fenomeno della pesca illegale nello spazio comune; detto regolamento ha trovato finalmente attuazione nell’ottobre dello scorso anno con l’emanazione del regolamento CE 1010/2009 contenente le modalità di applicazione del regolamento, in vigore a partire dal 1 gennaio 2010.
La nuova disciplina comprende tre regolamenti distinti, benché fra loro collegati: un regolamento inteso a contrastare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (regolamento INN) che prevede l’obbligo di rintracciabilità dei prodotti ittici commerciati all’interno dell’UE. Un secondo relativo alle autorizzazioni di pesca per la flotta dell'UE operante al di fuori delle acque comunitarie, e un regolamento che istituisce un sistema di controllo per garantire il rispetto delle norme della politica comune della pesca (regolamento sul controllo).
Quest’ultimo regolamento, in modo particolare, garantisce finalmente un controllo effettivo sulle attività di pesca illegale e istituisce un sistema sanzionatorio unitario per tutti i paesi membri, impedendo quindi ai trasgressori la possibile scelta del sistema giuridico più favorevole.
Claudia Petrucci
Laurea in giurisprudenza nel 2006, presso la Pontificia Università Lateranense, con profilo internazionale. Nel 2008 si diploma presso la Scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università di TorVergata, e conclude il periodo di pratica forense.
Borsista del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali in un progetto di ricerca in materia di pesca e acquicoltura, con studi sulla pesca illegale e sull’attività dalle Organizzazioni Intergovernative in materia, analizzando in modo particolare il ruolo della FAO.
Ha, inoltre, collaborato con il Ministero per le Politiche Agricole e Forestali nella stesura e pubblicazione di articoli sul “Notiziario della Guardia Costiera”.
Dal novembre del 2009 è specializzanda in un Master di alta formazione in Diritto Ambientale, presso la Società Italiana di Organizzazione Internazionale.